XXXII Anno accademico

Abbiamo alle spalle mesi orribili. Il primo pensiero, addolorato e commosso, va a chi non c’è più, persone e amici cari che se ne sono andati nella solitudine e nel silenzio di quei giorni, in cui ci è stato tolto tutto, mentre tutti ci scoprivamo inermi e impreparati. Si è fatto continuamente ricorso, fino all’abuso, della metafora della guerra. Ci dicevamo in guerra, ma senza sapere contro chi. Della minaccia del nemico, anche uno invisibile e misterioso come questo, avevamo traccia tangibile nell’ansia, se non vera ossessione, che si impossessava dei più. Ma il paragone finiva qui. Nei giorni del lockdown (in due mesi non siamo stati capaci di tradurre una parola inglese!) Claudio Magris ha scritto in un articolo come sempre bellissimo: «ricordo che anche durante la guerra la gente giocava a carte, cercava di divertirsi, continuava a peccare, riuscendo così non solo a sopravvivere ma anche a vivere». È questo che ci è mancato. Per aiutarci a sopravvivere ci è stato impedito di vivere. Con tanto di obbligo di essere buoni (anticamera di ogni regime) scandito dalle prediche quotidiane in forma di stucchevoli pubblicità televisive con le immancabili vocine impostate. All’insegna della retorica del “ne usciremo migliori”, i telegiornali hanno fatto a gara ad ammannirci buoni sentimenti e brava gente sullo schermo, scarsissima analisi nei servizi. Abbiamo sperimentato qualche scampolo di Stato etico (da operetta) pronto a stabilire le frequentazioni consentite: solo rapporti “stabili”, parenti di sesto grado sì, amici cari no. Si è silenziosamente e disciplinatamente accettato il sacrificio delle nostre libertà individuali sull’altare dello stato d’urgenza sanitario. Il pericolo adesso è l’assuefazione. Il rischio di affezionarsi a quello stato di minorità, che – come sapeva il vecchio Kant – l’uomo deve spesso imputare a sé stesso. È così comodo rinunciare a pensare, se possiamo delegare altri a farlo per noi, magari l’ultimo esperto di un qualche comitato scientifico, che venga in televisione a dirci che cosa possiamo fare l’indomani. Si intravede all’orizzonte una maggioranza disponibile a rinunciare al proprio libero arbitrio in nome della salute pubblica, questo bravo despota, gente pronta a chiudersi ad oltranza per timore di nuove epidemie, trasformando le proprie case in sarcofaghi.
Non deve andare così. Nel nostro piccolo noi cercheremo di fare la nostra parte, perché non vogliamo morire alla vita prima che il nostro tempo sia finito. Useremo gli strumenti di cui disponiamo, convinti che la cultura, la libera circolazione delle idee servano sempre a frenare il potere che vorrebbe irreggimentare tutto e tutti. Contro la bontà per decreto continueremo a preferire “il legno storto dell’umanità” (ancora Kant) gelosi ciascuno delle proprie inclinazioni, orgogliosi dei propri difetti e delle proprie manchevolezze, consapevoli che solo una selva di vizi privati è formula garantita PRESENTAZIONE 4 anno accademico 2020-2021 di pubblica virtù, come nella favola delle api. Per questo da settembre a maggio ogni pomeriggio saremo qui con i nostri appuntamenti, i nostri corsi, le nostre lezioni, sperando di intercettare i vostri interessi, di convincervi ad uscire, ad incontrarsi. Ci ostiniamo a credere che tutto questo sarà possibile. Deve esserlo, condito dallo scambio di un abbraccio, di una stretta di mano. Perché questa è la vita e non siamo ulteriormente disposti a barattarla con poveri surrogati da polli di allevamento.

Il Presidente
Andrea Fusari